Contenuti per adulti
Questo testo contiene in toto o in parte contenuti per adulti ed è pertanto è riservato a lettori che accettano di leggerli.
Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Jonas stava davanti al cancello, si guardava intorno e non riusciva a ricordare come fosse arrivato lì. Oltre lo steccato basso c’era un giardino in fiore, le api volavano di fiore in fiore, il vento stormiva piano tra le foglie, nell’aria si diffondeva un profumo di aghi di pino. Jonas guardò con stupore le proprie mani, che erano lisce e belle, si strofinò gli occhi pensando di sognare. Ai piedi aveva dei sandali. Passò da un piede all’altro, ma il suono affondò nell’erba. Jonas non capiva da dove venissero quei sandali: non portava calzature simili dall’infanzia. Sopra la testa nuvole ricciolute scorrevano nel cielo lilla, il sole accarezzava il viso con caldi raggi, e il cancello oscillava pigro per il vento, come a invitare a entrare. Jonas spinse con cautela il cancello ed entrò nel giardino. Il sentiero, cosparso di sabbia bianca, si perdeva nell’ombra degli alberi. Camminò senza fretta, godendosi la passeggiata; nell’anima c’era una calma sorprendente.
All’improvviso, da sotto un melo, gli andò incontro un vecchio con una folta chioma di capelli ricci e bianchi. In mano aveva un bastone, ma non dava l’impressione di un povero viandante, al contrario: in lui c’erano molta compostezza e maestosità. Sembrava che non camminasse, ma che fluttuasse lungo il viale. Jonas si fermò, affascinato dalla sua grazia, e osservò il vecchio.
— Sono felice di vederti, Jonas, ti stavo aspettando, — disse il vecchio sorridendo.
— Ma noi ci conosciamo? — si stupì Jonas.
— E come no, certo che ci conosciamo, — rispose il vecchio.
— Strano, ma io non ti ricordo, — replicò l’altro.
— Nulla di sorprendente, mi dicono tutti così quando ci incontriamo. Siete sempre di fretta e dimenticate di guardare il cielo, — il vecchio sospirò e guardò intensamente Jonas. — Tu lo guardavi spesso il cielo?
— Da bambino lo guardavo spesso. Ricordo che correvo per il campo, poi cadevo nell’erba e guardavo il cielo, gli uccelli e le nuvole. Poi la vita, con la sua frenesia, mi ha travolto e confuso, tanto che ho dimenticato l’ultima volta che ho contato le stelle o che ho camminato per tutta la notte fino al mattino. E quando sono invecchiato, ho ricominciato a volgere lo sguardo al cielo. E cos’altro resta: il passato è svanito in polvere e nebbia. Il futuro a un vecchio non spetta, e così si vive giorno dopo giorno, — rispose Jonas pensoso. — Ma tu come fai a sapere il mio nome?
— Io conosco tutti i nomi, siete tanti, sì, ma siete tutti diversi, non si dimentica nessuno, — sorrise il vecchio.
— Io invece non conosco il tuo nome, — rispose Jonas.
— Come non lo conosci, — si stupì il vecchio. — Sulla terra tutti conoscono il mio nome e mi nominano spesso, soprattutto quando le cose vanno male; raramente qualcuno si ricorda di me nella gioia.
— Parli per enigmi. Sulla terra c’è un solo nome così — Dio. Vuoi dire che è questo il tuo nome? — disse Jonas incerto.
Il vecchio annuì e gli accarezzò la testa. A Jonas sembrò che fosse suo padre ad accarezzarlo. C’era così tanto amore e tenerezza in quel gesto. E in quel momento cominciò a capire.
— Quindi sono morto! — esclamò. — E siamo nel tuo giardino?
— Vedi che ci conosciamo. Veniamo a sederci su una panchina, e mi racconterai di te e della tua vita, — disse Dio.
Accanto a due snelli cipressi c’era una semplice panchina. Dio si appoggiò allo schienale e gli batté affettuosamente sulla spalla. — Non preoccuparti, all’inizio tutti si stupiscono e si spaventano, poi ci si abbitua. Io sono sempre accanto a voi.
Jonas si sedette, guardò i suoi sandali e iniziò a raccontare a Dio della sua vita senza fretta. E a ogni parola il mondo circostante cambiava. L’erba fitta vicino alla panchina cominciò a sbiadire, a dissolversi, finché non sparì del tutto, trasformandosi in una trasparenza fumosa. Jonas rimase immobile: lui e Dio erano seduti su una panchina sospesa sul vuoto, e sotto, come su un gigantesco arazzo, si stendeva il mondo, dove apparivano le strade della sua vita terrena. Parlava a tratti eccitato, a tratti piano. A volte gesticolava, a volte sorrideva.
— Ti ringrazio per l’aiuto che mi hai dato quando ho costruito la casa, quando è nato mio figlio, — disse, abbracciando con lo sguardo il mondo che si srotolava sotto di lui, e guardò le due paia di impronte che si perdevano in lontananza, dove lui e Dio avevano camminato fianco a fianco sulla strada della vita. Ma in quel momento gli tornarono in mente i periodi cupi e tristi della sua esistenza.
— Ricordi quell’autunno in cui morì mia moglie e io rimasi completamente solo in una casa vuota? Piangevo e parlavo con te, cercando in te un sostegno, ma solo l’eco batteva contro le pareti. E guardò di nuovo in basso, indicando con il dito un’unica coppia di impronte.
— Queste sono le mie impronte, per me era insopportabilmente difficile! Ma tu dove eri, — domandò, — quando avevo più bisogno di Te?
— Le difficoltà servono per crescere e per ottenere saggezza. E il destino lo scegli tu stesso. Proprio allora ti portavo con cura tra le mie braccia, — rispose Dio sottovoce.